IL BOLERO COME TERAPIA

David Riondino | narrator

 

Fausto Beccalossi | accordeon   Carlos "El Tero"Buschini | acoustic bass, double-bass

Francesco D'Auria | percussion    Claudio Farinone | eight string classical guitar, baritone classical guitarflamenco guitar

 

   

 

 

 

 

  

Il bolero cubano come terapia per guarire le anime straziate, tradite, ingannate, folgorate dall’amore. Leggendo e traducendo i testi che caratterizzano questo genere di musica cantata, ci si immerge in un vasto campionario di acute analisi psicanalitiche riguardanti le più svariate tematiche amorose, raccontate con ironia, raffinatezza, sagacia e un po’ di nostalgia. La voce di David Riondino, naviga tra queste suggestioni attraverso racconti e reinterpretazioni personalizzate e cantate con testo tradotto in italiano.  “Il bolero come terapia” ha dato vita ad un ciclo di trasmissioni prodotte dalla Rete 2, canale culturale della Radio Svizzera Italiana, realizzata assieme al violoncellista jazz Paolo Damiani ed ora evoluta in una forma più completa e registrata su un CD

 

Ai temi amorosi del bolero cubano, in uno degli spettacoli che proponiamo, si alternano alcune letture di Ernesto Ragazzoni, probabilmente il più significativo poeta umoristico italiano, anche se pochi lo conoscono. Satirico e lirico insieme, Ragazzoni porta nella letteratura una vena negativa e comica che abita dalle sue parti natie, il misterioso lago d’Orta, la sorprendente Novara. La lettura di Ragazzoni è un’enciclopedia di temi metafisici, affrontati e risolti in maniera improbabile, sorprendente e divertente.

 

Oltre a questo divertente spettacolo, ho realizzato con David alcuni spettacoli basati sulla sonorizzazione dal vivo di film muti .

Da poco abbiamo presentato con un'anteprima a Zelig, storico cabaret milanese, il nuovo spettacolo "Triglie, principesse, tronisti e alpini, descritto qui sotto.

 

 

Ascolta l'intervista a David Riondino e Claudio Farinone su Rete2 | Radio Svizzera italiana 

 

 

 

Il bolero come terapia

di David Riondino

 

È noto che ogni stato d’animo ha la sua canzone. E che i generi musicali interpretano in maniera diversa le differenti forme della nostra esperienza: ed il Bolero tratta specificamente di faccende d’amore.

 

Il Bolero, ampiamente diffuso dovunque si parli spagnolo, è una enciclopedia popolare dei casi dell’amore: e in particolare dell’amore infelice. I mille perché dell’abbandono - per eccesso o difetto di passione, per motivi di famiglia o motivi di salute, per incompatibilità di carattere, per conflitto di classe, per traumi infantili permanenti o per accensioni mistiche - sono catalogati nel Bolero con grande competenza e fantasia. Nel Bolero la figura dell’Amata (o dell’Amato, a dimostrare che uomini e donne hanno identiche gioie e dolori) vede trascorrere tutti i modi del sentimento in questione.

 

La perdita di un amore - che è uno degli incidenti più frequentati dai Boleros – è l’occasione di suggerire molti modi diversi di elaborare il lutto; in ogni Bolero si fanno i conti col Destino, l’imperscrutabile divinità che soprassiede alla sorpresa dell’Amore, e si insegnano i modi per accettarlo, affrontarlo, interpretarlo: il Bolero insegna, in qualche maniera, a sopravvivere alla tormenta dell’Indefinibile, che sotto le vesti di Amore ci strappa alle quotidiane sicurezze.

 

Si può ragionevolmente pensare che tutti i viventi siano una volta o l’altra rientrati in uno dei casi descritti da un Bolero; e chi non lo confessa, o mente o non ha mai amato. E’ altrettanto ragionevole pensare che un buon Bolerista, che conosca a memoria almeno trecento Boleros, potrebbe inquadrare la sofferenza amorosa di un paziente in un certo numero di canzoni, e facendogliele ascoltare - in un certo senso – potrebbe curarlo. Perché la prima cura per un innamorato infelice consiste nel rendersi conto che qualcuno ha già cantato il suo dolore; e in secondo luogo nel capire che il suo tormento è solo uno dei possibili atroci tormenti che capitano agli innamorati. Ecco allora che il Bolerista mi sembra vada ad aggiungersi alla benedetta schiera dei Medici dei Poveri, che curano con la musica e le parole: parenti stretti degli sciamani, i cantanti di Bolero intonano ricette per ogni ferita del cuore, e molti – se non ci credete chiedetelo all’enorme pubblico del Sudamerica – ne hanno guariti. O perlomeno, hanno impedito loro di morir d’amore, che dell’amore vero non si guarisce.

 

Quelle che ascolterete sono canzoni importanti, in genere scritte tra gli anni trenta e il cinquanta, in tutto il Sudamerica e principalmente a Cuba. Sono canzoni famose, ma raramente tradotte in italiano:  troverete qui gli originali e le mie traduzioni, che ho cervato di mantenere il più letterali possibile, ma senza negarmi il piacere di un adattamento. Claudio Farinone ha guidato con grande maestria dei musicisti straordinari, con un organico per tre quarti europeo e per un quarto americano, a dimostrare che l’Europa parla (o perlomeno suona) ancora latino. Sono principalmente Boleros e due Tanghi (che del Bolero sono in qualche modo cugini), più qualche ospite portoghese e italiano: invitati perché sia per l’ambiente che per l’atmosfera hanno a che fare col ricettario del Bolerista di cui dicevo.

 

Mi auguro che questo lavoro possa incuriosire gli scettici, e aprire qualche crepa nei cuori dei cinici: sono abbastanza sicuro che l’ascolto potrà aiutare una serie di innamorati straziati a sopportare la nobile ferita.

 

 

Nel lontano 1995, nella bella Avana, per qualche caso del destino recitavo una piccola parte in un film di Sergio Cabrera, regista colombiano. Il film era tratto da una storia di Alvaro Mutis: “Ilona viene con la pioggia”. Nel cast, c’era uno straordinario attore e scrittore nonché buon rappresentante di quell’elegante scintillìo che sostiene l’esprit Latino Americano, a nome Humberto Dorado. Devo a costui molte fondamentali intuizioni sull’arte e la vita in genere, tutte purtroppo dimenticate appena passato l’effetto del rum consumato nelle lunghe attese tra una scena e l’altra, spesso sotto infiniti rovesci di pioggia tropicale, al riparo delle nostre conversazioni in diroccate e bellissime case del Vedado. Inventammo diversi movimenti artistici tipicamente latini (il Platanismo per esempio, ma non ricordo più cosa avesse a che fare con le banane) e uno di quei giorni Humberto mi suggerì l’idea che da il titolo a questo disco. E cioè mi disse che a suo parere il Bolero era una forma di psicoterapia popolare, adatta alla immensa platea poco alfabetizzata dell’America centrale e meridionale. E che quindi il Bolerista che si presentava nelle sale da concerto Cilene, Boliviane, Messicane, Cubane degli anni tra il 1930 e il 1960, soprattutto quelle periferiche, o di borghi di provincia, portava con sé un repertorio di casi clinici, un catalogo di incidenti d’amore, più o meno come uno psicoterapeuta di oggi. L’intuizione di Dorado diventò poi, a duemila già iniziato, una serie di puntate per la Radio Svizzera: “Il Bolero come terapia” era appunto il titolo della serie. In ogni puntata venivano commentati i casi clinici proposti da quattro Boleros, uno dei quali veniva tradotto in italiano e cantato dal sottoscritto, mentre a suonare chitarra e violoncello erano Claudio Farinone e Paolo Damiani. Le canzoni che furono tradotte allora sono qui riproposte in veste più elaborata, ma è ragionevole   ricordare dove e come è nato e cresciuto questo progetto.

 

 

 

Triglie, principesse, tronisti  e alpini | (Cronache cantate dell’Italia più o meno contemporanea)

 

di e con David Riondino

con Claudio Farinone, chitarra

 

“Uno dei problemi più complessi della fine del novecento e dell'inizio del millennio è il titolo da dare agli incontri col pubblico di autori che tendono a saltare di palo in frasca.“ Che già sarebbe un buon titolo. Più semplice dire che apro il sipario, espongo il banchetto e metto in mostra la mia merce: racconti in versi, canzoni più o meno lunghe e più o meno serie, più o meno autentiche e più o meno parodistiche. Un diario in musica, che fotografa questi primi anni del millennio, nei suoi passaggi più evidenti: diciamo dal Pianto della Fornero (come non farci su un poemetto?) alla enigmatica ascesa di Renzi (che scopriamo essere un Acrostico, ossia un cognome di cinque lettere ognuna delle quali è l’iniziale di una parole, ed ecco spiegato il mistero e  chi più ne sa più ne metta). Questi anni di crisi, insomma, raccontati a partire dalle canzoni e dalle storie che ho scritto in occasioni molto diverse, per radio, teatro, giornali più o meno satirici, televisione.

Troverete e ritroverò anche io, sempre meravigliandomene, le canzoni che ci mandava il Dottor Djembé da Bora Bora alla radioRai: la strana Hit Parade con le canzoni crudeli di Pino Paoli, di Francesco Puccini con la P, attenzione!), gli inni delle categorie merceologiche delle Pagine Gialle, le canzoni selle piccole emozioni quotidiane dei Lottatori di Sumo, dei Voltapagine di Pollini, dei Vescovi a Conclave per dirne solo alcune. Troverete  diverse canzoni sugli animali: Le triglie, i Paguri, i pesci Cha cha cha. Ma anche la Sula e l’Albatros. Mi è poi capitato, fortunatamente e fortunosamente, di mettere in canzone anche diverse novelle di Boccaccio, per una serie di Radio3: e un paio sarà opportuno ascoltarle, per valutare quanto gli antichi fossero contemporanei, come lo è Madonna Filippa in una canzone tratta da un racconto esemplare. E faranno da filo conduttore, come accennavo all’inizio, i poemetti storici, dalla Fornero a Renzi  passando per Grillo e Bersani. Più che politica, epica: la cronaca politica mi interessa solo per quanto ne risulta di cantabile, per quanto se ne possa trasformare in poesia, più o meno grottesca.

Sarà l’occasione di mettere in fila questi interventi sparsi, che sono a modo loro una cronaca degli ultimi anni, ma soprattutto sono esercizi sulla canzone, e sui molti modo di comporla. Rimango solidamente cantautore, per quanto discograficamente indisciplinato. Trattasi insomma di cantautore eclettico, che racconta i suoi tempi giocando con le forme della canzone, Corta, lunga, sibilata, didattica, epico-narrativa, intra-psichica, animalista, centrifuga, centripeta, e ancor di più.

Naturalmente sotto lo sguardo severo di un coro di alpini, invisibile ma vero, che esegue con me due commoventi canzoni d’alta quota. Con la “Q”.

 

 

Recensione di Roberto Bachtrold Binda su Argonauta Magazine

 

 

All'Avana nel 1995, David Riondino stava recitando una piccola parte nel film del regista colombiano Sergio Cabrera. Nel cast spiccava Humberto Dorado, attore e scrittore sudamericano che per primo suggerì al nostro il titolo del disco che a distanza di tanti anni ci ritroviamo per le mani, sostenendo che proprio questo genere di musica e i suoi interpreti fossero l'equivalente degli psicoterapeuti di oggi per le masse poco alfabetizzate dell'America latina di quel tempo. In Cile, in Bolivia, nel Messico o a Cuba, nelle grandi città come nelle province più remote, in ogni sala da concerto veniva rappresentato un repertorio di storie d'amore, spesso infelici e piene di passione, nel quale ritrovare le proprie esperienze e i propri dolori. Nel riconoscersi attraverso le storie, il bolero diventa terapia e cura delle ferite dell'anima, punto d'inizio di un attento lavoro di selezione e traduzione di boleros caraibici perlopiù composti tra il 1900 e il 1960, che David Riondino trasforma in magia, grazie all'aiuto di musicisti straordinari come il chitarrista Claudio Farinone, anima e motore del progetto fin dalla sua prima forma riservata, ad una serie di puntate radiofoniche per la Rete Due della Svizzera italiana intorno al 2010...

 

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